Che cos’è la Filosofia Attiva?

Questa pagina si chiama Filosofia Attiva e da quando ho iniziato a pubblicare non ho mai chiarito il senso di unire queste due parole.

Filosofia, secondo il mio punto di vista, è il cercare risposte alle domande sul nostro esistere e sul nostro essere:

  • Chi sono?
  • Che cosa sono?
  • Come sono? o meglio in che modo sono?
  • Dove sono?
  • Per quanto sono? o meglio fino a quando sono?
  • Perché sono?

La filosofia ha la sua essenza profonda già nel cercare di rispondere a queste ed altre domande, più che nelle risposte che alla fine siamo in grado di dare. Il filosofo, cioè tutti coloro che utilizzano il proprio ragionare per indagare l’esistere e l’essere, è un indagatore, una persona che si pone delle domande a cui prova di dare delle risposte.

Ma io parlo di una Filosofia che sia Attiva. L’attivo della filosofia consiste nel far scaturire delle conseguenze pratiche alle risposte che abbiamo trovato. Il filosofo attivo allora è un indagatore che mette in pratica le scoperte nella vita di tutti i giorni, non accontentandosi di contemplare la verità.

Nel mito della caverna, [Libro VII de La Repubblica (514 b – 520 a)] Platone narra di un prigioniero che vive nel fondo di una spelonca, dove su un muro vengono proiettate immagini simulacro di oggetti, che si libera dalle catene e che fuggendo da lì scopre la verità della luce del sole, uscendo all’esterno della sua prigione.

Ma egli non si accontenta di ammirare e contemplare la luce, ma rischiando la propria vita si reimmerge nell’oscurità dell’antro, per raccontare ai suoi compagni di prigionia quello che ha scoperto e per liberarli dalle catene dell’ignoranza, ma tragicamente non creduto viene ucciso dagli stessi prigionieri.

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Ecco la filosofia chiede di farsi attiva e non solo mera contemplazione, non solo studio ma filosofia pratica. L’attività che la filosofia chiede al filosofo è quella di vivere in funzione delle risposte che si è dato alle domande fondamentali. Una volta trovata la nostra verità essa richiede di essere vissuta nelle nostre vite quotidiane.

Buona Filosofia Attiva a tutti.

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La domanda dimenticata.

Nell’ap2016-01-07-15_47_29-e1452179234613ertura del dialogo platonico de la Repubblica si intreccia un colloquio breve ma intenso tra Cefalo, il vecchio padre di Polemarco, padrone della casa in cui si tiene il dialogo, e Socrate. Questo piccolo inciso mi ha colpito, fin dalla prima volta che l’ho letto, per la sempre fresca attualità del tema trattato.

Platone rappresenta Cefalo, un ricco personaggio anziano, officiante dei culti religiosi che si svolgono in ambito domestico, lo descrive seduto su uno sgabello, ricoperto da un cuscino, e con una corona in capo, intento nella celebrazione di un sacrificio rituale che continuerà una volta terminato il confronto con Socrate.

Nel breve dialogo che si sviluppa tra i due e che fa da preambolo alla discussione filosofica che seguirà, Platone sintetizza, mirabilmente, la perplessità umana di fronte all’evento della morte e soprattutto sulla possibilità di un destino ultraterreno per  l’anima umana.

Cefalo, quasi a rappresentare l’intero genere umano, esprime a Socrate le paure e le preoccupazioni che l’assalgono di fronte al pensiero della morte, sempre più incombente, per via dell’età, ma soprattutto sul fatto che a seguito di essa si debba affrontare un giudizio per quello che si è compiuto nel tragitto terreno:

«Devi sapere Socrate, continuò, che quando uno comincia a sospettare di essere in punto di morte, entrano in lui paura e preoccupazione di cose per le quali prima non temeva né si preoccupava. Le favole che si raccontano sul mondo di Ade, che chi si è reso colpevole di ingiustizie in questo mondo deve pagarne la pena in quell’altro, anche se fino a quel momento sono state derise, ecco che allora prendono a conturbargli l’anima con il timore che siano vere.»[1]

Le favole, a cui si riferisce Cefalo, le troviamo sintetizzate da Platone nel testo delle Leggi, in due passi, in cui si parla del giudizio individuale dell’anima nell’Ade e delle pene connesse alla propria condotta in vita, e se ne parla come di teorie, la cui origine risale alla  religione dei Misteri.

«Quanto si è detto abbia allora valore di proemio di tutta questa materia, ed inoltre si aggiunga il discorso che molti ascoltano nei riti di iniziazione da parte di chi si occupa di tali cose, e a cui prestano fede assoluta, e cioè che nell’Ade si sconta la punizione per questi delitti, e che una volta ritornati qui è necessario che si paghi la pena naturale, secondo la quale si subirà quel che si è fatto, e per un simile destino terminerà la vita per mano di un altro.»[2]

Una specie di pena del contrappasso, in cui la colpa di cui ci si è resi colpevoli in una vita viene pagato con il proprio sangue in una vita seguente, secondo il mito della metempsicosi.

Infatti riprende ancora Platone nelle Leggi:

«Il mito, o discorso, o come lo si debba chiamare, che viene chiaramente raccontato dagli antichi sacerdoti, sostiene che la giustizia vendicatrice del sangue dei consanguinei è vigile, e si serve della legge di cui si è appena detto e stabilisce che chi ha commesso un fatto simile dovrà necessariamente subire le stesse cose che ha compiuto: se uno ha ucciso il padre, deve subire la stessa sorte violenta da parte dei figli in un determinato periodo di tempo, e se uccide la madre, necessariamente rinasceouroboros_alchimia partecipe della natura femminile, e diventato tale, abbandona la vita, in un tempo successivo, per mano dei suoi figli. Non vi è altra purificazione per quel sangue comune che è stato macchiato, né tale macchia potrà essere lavata prima che l’anima di chi ha compiuto il fatto non abbia pagato, uguale omicidio con uguale omicidio, e non abbia placato l’ira di tutti i consanguinei.»[3]

Oggi la domanda fondamentale che ci stiamo dimenticando e che Platone e Socrate ci rilanciano attraverso il personaggio di Cefalo è: dopo la morte subiremo un giudizio?

Le azioni che compiamo nel nostro tragitto terreno saranno giudicate da qualcuno nel post mortem?

Naturalmente si obietterà che non è dimostrato il fatto che il nostro essere individuale continui ad essere anche dopo la cessazione della vita fisica e che con essa cessino tutte le funzioni che ci individuano come persone. Ma alla stessa maniera non è dimostrato che non sia vero il fatto che la morte è solo un passaggio di stato.

Quindi al di là che uno creda o meno alla tesi della sopravvivenza del nostro essere individuale, rimane ferma la domanda se risponderemo o meno delle azioni che compiamo in vita. Se esiste una giustizia che più forte di quella umana che a volte non riesce a compiere il suo corso,  colpisca in qualche modo e in qualche forma chi si macchia di colpe.

Sembra davvero che si voglia tacere, nascondendo questa domanda, ma nel nostro intimo sappiamo perfettamente che essa è lì e ci inchioda alle nostre responsabilità.

[1] Repubblica, I, 330 d. [2] Leggi, IX, 870 d-e. [3] Leggi, IX , 872 d – 873 a.

 

 

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Il linguaggio della natura

“La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.” Il Saggiatore, Galileo Galilei (1564-1642), fisico, astronomo, scrittore.

 

Ogni ambito dell’esistenza parla all’uomo con un linguaggio specifico. Se per la natura è un linguaggio matematico geometrico, per altri ambiti saranno necessari altri linguaggi. Stolto colui che pensasse che esista un solo linguaggio, sarebbe come un esploratore che si addentri tra popoli sconosciuti pensando che gli basti la propria lingua per comunicare20180123_-1848290885.jpg.

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Buon Natale

In questi giorni così frenetici abbiamo perso il senso vero del Natale che non è quello propinato in mille salse melense dalla pubblicità su tutti i media.

Natale è come dice il termine la festa della natività , ma di chi?

Natale per me vuol dire cercare di far nascere dentro di sé quel nuovo uomo che per chi crede è nato 2000 anni fa in una grotta.

Un uomo nuovo che porta il nuovo verbo quello dell’ amore.

Ed allora che sia un buon Natale a tutti gli uomini di buona volontà.

Giuseppe Vignera

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Passi

I tuoi passi

rumorosi

hanno percorso

le silenziose stanze

in cui nell’ombra

si è nascosto

il mio cuore.

La tua carezza

sottile

ha curato la ferita

di un silenzio

che urla

il dolore

di un distacco

che sembra

non finire mai.

03000046

Si attende

la luce del giorno

che illumina la casa

dove vive

il nostro amore

ed allora

i baci e le carezze

faranno dimenticare

questo male

che ci accompagna.

sempre.

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Nuvole…

foto-murale-nuvole_pid_260_1_large.jpgNuvole

Mute

parole

distese

su un foglio

azzurro

abbagliante.

Le nuvole

riempiono

il cielo

estivo

s’inseguono

s’aggregano

e coprono

il sole caldo

che brucia

la mia pelle

donando

una pausa

di pace.

Poi il vento

le disperde

a formare

nuove

bizzarre

immagini

animali

fantastici

profili

improbabili.

Nuvole

soffici

e candide

le vedo

passare

sopra di me

e penso

alla leggerezza

di questa

nostra

esistenza

che dal vento

della vita

è dispersa

e di nuovo

aggregata

attorno

al sole

della coscienza.

Giuseppe Vignera

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Buongiorno amore

Nel silenzio

Del mattino

Accarezzo con lo sguardo

Il tuo corpo nudo

Nascosto

Nella penombra

Lo sfioro

Col pensiero

Per non svegliarti

Ma troppo rumore

Hanno fatto i miei pensieri

Ed i tuoi occhi

Indagano

Il mio silenzio

Mentre le tue labbra

Si appoggiano alle mie

Desiderose ancora

Di quel fuoco

Che ci divora dentro…

Buongiorno amore…

Filosofia attiva

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2 agosto 2017 · 2:21 pm