La ritirata di Russia 1812: la sconfitta di Napoleone.

Historia magistra vitae

Napoleone era l’incontrastato vincitore sui campi di battaglia dell’Europa dei primi anni dell’800, il suo impero andava dalla Spagna all’Italia ed al centro dell’Europa.

Attraverso le grandi battaglie che avevano contrapposto la Francia post rivoluzionaria alle grandi monarchie assolutistiche, si stava diffondendo in Europa un nuovo modo di vivere lo Stato che la Restaurazione non riuscì a frenare.
Sconfitti austriaci e prussiani, non gli rimase di volgere l’attenzione sul nemico ancora attivo e cioè la Russia ed il suo zar, Alessandro.
Napoleone sicuro che, la più imponente armata a sua disposizione, avrebbe schiacciato senza problemi l’avversario, inizia l’invasione a partire dal 23 al 25 giugno del 1812.
Ai suoi ordini ha 700.000 uomini e sicuramente i migliori generali che mai più potrà annoverare ai suoi ordini.
In campo aperto sconfiggerà lo zar Alessandro nella principale battaglia di Borodino (7 settembre 1812) e quindi si dirigerà verso Mosca.
Tutto sembrava perso per i russi!
A questo punto il generale Kutuzov, che aveva accettato il combattimento in campo aperto solo dietro la pressione dello zar, prese in mano la situazione e si affidò ad un alleato prezioso, le condizioni metereologiche avverse, e ad una strategia di terra bruciata, che avrebbe ridotto di lì a poco la grande armata alla fame e alla paura.
Napoleone arrivò a Mosca solo per ammirare la città data alle fiamme dai suoi stessi concittadini.
La gloria che aveva arriso fino ad allora l’imperatore si tramutò in fuga e disperazione.

Dei circa 600.000 effettivi riuscirono a salvarsi soltanto in 100.000, con enormi sofferenze dovute alla fame, al freddo ed ai cosacchi che li punzecchiavano da quando erano entrati nel territorio russo.

La strategia, che fu già di Quinto Fabio Massimo detto il “temporeggiatore”,  durante la seconda guerra punica, vessò l’armata francese e la portò ad una tragica ritirata culminata nell’episodio dell’attraversamento de fiume Beresina.

La storia dovrebbe essere maestra di vita ed invece ce ne dimentichiamo troppo presto. Non aver ricordato questa vicenda storica portò la Germania nazista di Hitler e dei suoi generali a perdere la seconda guerra mondiale.

Molte volte ci capita di pensare di avere una vittoria facile tra le mani, ed invece non aver pensato o messo in conto, le strategie attendiste o peggio di tabula rasa, messe in campo dall’avversario, un cliente o un capo o  altra persona con cui ci confrontiamo, la trasformano in una debacle.

La storia ha questa finalità, essa ci porta in evidenza la vita vissuta di chi ci ha preceduto, per insegnarci a non commettere i loro errori.

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14 luglio 1789…

Oggi ricorre l’anniversario della presa della Bastiglia, avvenimento topico della rivoluzione francese. Il popolo assalta ed abbatte, facendo strage degli svizzeri di guardia, un simbolo del potere monarchico in Parigi.

La storia dovrebbe essere maestra di vita per noi uomini, eppure, come sempre, ci dimentichiamo facilmente di ciò che accade. È una modalità che ci permette di superare le difficoltà e continuare a vivere, sperando in un futuro migliore, ma diviene, a livello sociale, un limite pesante che porta a non considerare accuratamente le scelte politiche.

La rivoluzione francese ha le sue cause nella profonda crisi economica che affamava il popolo. Uno stato quello di Luigi XVI che per finanziare le varie guerre aveva fatto ricorso ad una tassazione divenuta insopportabile. Un urlo inascoltato che guidato dal partito giacobino porterà al bagno di sangue della ghigliottina in piazza ed al regicidio.

Gli stati generali convocati dal re furono la camera di combustione della rivoluzione, nel momento in cui le istanze della borghesia non trovarono ascolto. Con il giuramento della pallacorda nacque il partito che raccolse attorno a sé il consenso, deciso a portare fino in fondo la lotta al regime monarchico assoluto.

La presa della Bastiglia è l’attacco frontale al sistema, atto violento ad un icona, visto che oramai la fortezza conteneva pochi reclusi, questo avvenimento è l’atto di guerra che nel giro di qualche mese trasformerà la Francia in una repubblica costituzionale.

Quale fu l’errore della monarchia, non aver compreso la disperazione del popolo che ha trasformato una rivolta, cosa abituale allora in una vera rivoluzione.

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“Samarcanda” o la fuga dei ricchi dalla pandemia….

Oggi leggevo su un noto quotidiano nazionale che molti ricchi si sono rifugiati in Nuova Zelanda per sfuggire alla Pandemia.
Anche il Boccaccio narra nel suo Decamerone la fuga di un gruppo di giovani uomini e donne, rifugiatisi in un castello, per sfuggire alla peste nera.
La morte incute paura e la fuga sembrerebbe una soluzione, mi vengono in mente quelle persone che sono fuggite da Milano in treno nei primissimi giorni del blocco.

Allora mi è venuta in mente una vecchia canzone di R.Vecchioni, “Samarcanda”, chi è della mia generazione credo che la ricorderà benissimo.

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E’ la storia di un soldato che durante le feste nella capitale del regno, vide una nera signora che lo guardava con sguardo cattivo, ed allora chiese al suo re di avere un cavallo velocissimo per rifugiarsi in Samarcanda.

Il cavallo correrà veloce tutta la notte, per giungere a Samarcanda il giorno dopo e lì il soldato purtroppo incontrerà il proprio destino di morte, con grande sorpresa della Nera Signora meravigliata di averlo visto il giorno prima nella capitale del regno, quando il loro appuntamento era fissato in quella città a quell’ora.

La morte è ineludibile, non le si può sfuggire, non ci si può nascondere da essa perchè essa è dentro di noi, fin dall’inizio. Siamo esseri fatti di vita e morte. Ogni giorno mettiamo al mondo milioni di nuove cellule ed altrettante ne muoiono con un ritmo equilibrato, fino a quando l’entropia, il disordine, inizia a prevalere portandoci alla fine.
Allora se la morte è dentro di noi dove possiamo trovare rifugio?

Io credo solo in noi stessi, nella capacità di affrontarla con un discorso, come fece Socrate prima di morire.
Cercando il senso reale della nostra vita che deve essere ben presente e che ci deve guidare costantemente indirizzando la navigazione della nostra navicella, in questo mare tempestoso.

Anche e soprattutto in questo periodo di quarantena abbaimo la possibilità di esercitare il nostro essere filosofi, nel meditare sulle domande fondamentali e comprendere se le risposte frettolose che ci siamo dati nel corso della vita sono realmente soddisfacenti. Occorre pulire gli occhiali incrostati di sporcizia con cui guardiamo il mondo esterno e la nostra vita per capire se quella visione ci è di aiuto oppure se è fuorviante ed insoddisfacente.

Non abbiamo ancora molti giorni davanti, spero, per fare questo esercizio spirituale e per vivere il post pandemia con un ottica diversa, spero migliore.

 

 

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La sapienza dell’ignoranza.

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Che cos’è la Filosofia Attiva?

Questa pagina si chiama Filosofia Attiva e da quando ho iniziato a pubblicare non ho mai chiarito il senso di unire queste due parole.

Filosofia, secondo il mio punto di vista, è il cercare risposte alle domande sul nostro esistere e sul nostro essere:

  • Chi sono?
  • Che cosa sono?
  • Come sono? o meglio in che modo sono?
  • Dove sono?
  • Per quanto sono? o meglio fino a quando sono?
  • Perché sono?

La filosofia ha la sua essenza profonda già nel cercare di rispondere a queste ed altre domande, più che nelle risposte che alla fine siamo in grado di dare. Il filosofo, cioè tutti coloro che utilizzano il proprio ragionare per indagare l’esistere e l’essere, è un indagatore, una persona che si pone delle domande a cui prova di dare delle risposte.

Ma io parlo di una Filosofia che sia Attiva. L’attivo della filosofia consiste nel far scaturire delle conseguenze pratiche alle risposte che abbiamo trovato. Il filosofo attivo allora è un indagatore che mette in pratica le scoperte nella vita di tutti i giorni, non accontentandosi di contemplare la verità.

Nel mito della caverna, [Libro VII de La Repubblica (514 b – 520 a)] Platone narra di un prigioniero che vive nel fondo di una spelonca, dove su un muro vengono proiettate immagini simulacro di oggetti, che si libera dalle catene e che fuggendo da lì scopre la verità della luce del sole, uscendo all’esterno della sua prigione.

Ma egli non si accontenta di ammirare e contemplare la luce, ma rischiando la propria vita si reimmerge nell’oscurità dell’antro, per raccontare ai suoi compagni di prigionia quello che ha scoperto e per liberarli dalle catene dell’ignoranza, ma tragicamente non creduto viene ucciso dagli stessi prigionieri.

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Ecco la filosofia chiede di farsi attiva e non solo mera contemplazione, non solo studio ma filosofia pratica. L’attività che la filosofia chiede al filosofo è quella di vivere in funzione delle risposte che si è dato alle domande fondamentali. Una volta trovata la nostra verità essa richiede di essere vissuta nelle nostre vite quotidiane.

Buona Filosofia Attiva a tutti.

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La domanda dimenticata.

Nell’ap2016-01-07-15_47_29-e1452179234613ertura del dialogo platonico de la Repubblica si intreccia un colloquio breve ma intenso tra Cefalo, il vecchio padre di Polemarco, padrone della casa in cui si tiene il dialogo, e Socrate. Questo piccolo inciso mi ha colpito, fin dalla prima volta che l’ho letto, per la sempre fresca attualità del tema trattato.

Platone rappresenta Cefalo, un ricco personaggio anziano, officiante dei culti religiosi che si svolgono in ambito domestico, lo descrive seduto su uno sgabello, ricoperto da un cuscino, e con una corona in capo, intento nella celebrazione di un sacrificio rituale che continuerà una volta terminato il confronto con Socrate.

Nel breve dialogo che si sviluppa tra i due e che fa da preambolo alla discussione filosofica che seguirà, Platone sintetizza, mirabilmente, la perplessità umana di fronte all’evento della morte e soprattutto sulla possibilità di un destino ultraterreno per  l’anima umana.

Cefalo, quasi a rappresentare l’intero genere umano, esprime a Socrate le paure e le preoccupazioni che l’assalgono di fronte al pensiero della morte, sempre più incombente, per via dell’età, ma soprattutto sul fatto che a seguito di essa si debba affrontare un giudizio per quello che si è compiuto nel tragitto terreno:

«Devi sapere Socrate, continuò, che quando uno comincia a sospettare di essere in punto di morte, entrano in lui paura e preoccupazione di cose per le quali prima non temeva né si preoccupava. Le favole che si raccontano sul mondo di Ade, che chi si è reso colpevole di ingiustizie in questo mondo deve pagarne la pena in quell’altro, anche se fino a quel momento sono state derise, ecco che allora prendono a conturbargli l’anima con il timore che siano vere.»[1]

Le favole, a cui si riferisce Cefalo, le troviamo sintetizzate da Platone nel testo delle Leggi, in due passi, in cui si parla del giudizio individuale dell’anima nell’Ade e delle pene connesse alla propria condotta in vita, e se ne parla come di teorie, la cui origine risale alla  religione dei Misteri.

«Quanto si è detto abbia allora valore di proemio di tutta questa materia, ed inoltre si aggiunga il discorso che molti ascoltano nei riti di iniziazione da parte di chi si occupa di tali cose, e a cui prestano fede assoluta, e cioè che nell’Ade si sconta la punizione per questi delitti, e che una volta ritornati qui è necessario che si paghi la pena naturale, secondo la quale si subirà quel che si è fatto, e per un simile destino terminerà la vita per mano di un altro.»[2]

Una specie di pena del contrappasso, in cui la colpa di cui ci si è resi colpevoli in una vita viene pagato con il proprio sangue in una vita seguente, secondo il mito della metempsicosi.

Infatti riprende ancora Platone nelle Leggi:

«Il mito, o discorso, o come lo si debba chiamare, che viene chiaramente raccontato dagli antichi sacerdoti, sostiene che la giustizia vendicatrice del sangue dei consanguinei è vigile, e si serve della legge di cui si è appena detto e stabilisce che chi ha commesso un fatto simile dovrà necessariamente subire le stesse cose che ha compiuto: se uno ha ucciso il padre, deve subire la stessa sorte violenta da parte dei figli in un determinato periodo di tempo, e se uccide la madre, necessariamente rinasceouroboros_alchimia partecipe della natura femminile, e diventato tale, abbandona la vita, in un tempo successivo, per mano dei suoi figli. Non vi è altra purificazione per quel sangue comune che è stato macchiato, né tale macchia potrà essere lavata prima che l’anima di chi ha compiuto il fatto non abbia pagato, uguale omicidio con uguale omicidio, e non abbia placato l’ira di tutti i consanguinei.»[3]

Oggi la domanda fondamentale che ci stiamo dimenticando e che Platone e Socrate ci rilanciano attraverso il personaggio di Cefalo è: dopo la morte subiremo un giudizio?

Le azioni che compiamo nel nostro tragitto terreno saranno giudicate da qualcuno nel post mortem?

Naturalmente si obietterà che non è dimostrato il fatto che il nostro essere individuale continui ad essere anche dopo la cessazione della vita fisica e che con essa cessino tutte le funzioni che ci individuano come persone. Ma alla stessa maniera non è dimostrato che non sia vero il fatto che la morte è solo un passaggio di stato.

Quindi al di là che uno creda o meno alla tesi della sopravvivenza del nostro essere individuale, rimane ferma la domanda se risponderemo o meno delle azioni che compiamo in vita. Se esiste una giustizia che più forte di quella umana che a volte non riesce a compiere il suo corso,  colpisca in qualche modo e in qualche forma chi si macchia di colpe.

Sembra davvero che si voglia tacere, nascondendo questa domanda, ma nel nostro intimo sappiamo perfettamente che essa è lì e ci inchioda alle nostre responsabilità.

[1] Repubblica, I, 330 d. [2] Leggi, IX, 870 d-e. [3] Leggi, IX , 872 d – 873 a.

 

 

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Il linguaggio della natura

“La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.” Il Saggiatore, Galileo Galilei (1564-1642), fisico, astronomo, scrittore.

 

Ogni ambito dell’esistenza parla all’uomo con un linguaggio specifico. Se per la natura è un linguaggio matematico geometrico, per altri ambiti saranno necessari altri linguaggi. Stolto colui che pensasse che esista un solo linguaggio, sarebbe come un esploratore che si addentri tra popoli sconosciuti pensando che gli basti la propria lingua per comunicare20180123_-1848290885.jpg.

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Buon Natale

In questi giorni così frenetici abbiamo perso il senso vero del Natale che non è quello propinato in mille salse melense dalla pubblicità su tutti i media.

Natale è come dice il termine la festa della natività , ma di chi?

Natale per me vuol dire cercare di far nascere dentro di sé quel nuovo uomo che per chi crede è nato 2000 anni fa in una grotta.

Un uomo nuovo che porta il nuovo verbo quello dell’ amore.

Ed allora che sia un buon Natale a tutti gli uomini di buona volontà.

Giuseppe Vignera

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Passi

I tuoi passi

rumorosi

hanno percorso

le silenziose stanze

in cui nell’ombra

si è nascosto

il mio cuore.

La tua carezza

sottile

ha curato la ferita

di un silenzio

che urla

il dolore

di un distacco

che sembra

non finire mai.

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Si attende

la luce del giorno

che illumina la casa

dove vive

il nostro amore

ed allora

i baci e le carezze

faranno dimenticare

questo male

che ci accompagna.

sempre.

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